16 ottobre 2026

Una pazzia? No, un'esperienza con se stessi.

 Carissimi, ci avevamo provato due anni fà insieme ad Alessandro; ve lo ricordate? 120 chilometri per i nostri bambini di Hombolo in Tanzania. Poi al chilometro 57 le mie difficoltà cardiache vennero fuori impietosamente e la corsa all'ospedale di Siena fu un passo obbligato.

In questo lasso di tempo è rimasta la "rabbia" e un po' di delusione e l'anno scorso l'operazione al cuore che penso abbia risolto i problemi che mi portavo dietro (e dentro).

E quindi perchè non riprovare, mi sono detto? Magari non sulla grande distanza ma proprio su quei 60 chilometri che per pochi altri chilometri non furono raggiunti due anni fà. Ne ho parlato con Alessandro e abbiamo concordato; poi purtroppo sono rimasto da solo perchè Alessandro ha avuto degli impedimenti.

Solo, veramente solo ma solo da un punto di vista fisico; per il resto sapevo di non esserlo. E quindi mi sono avventurato in quella che da me non è mai stata concepita come una sfida vera e propria ma come un modo per riprovare, per vedere se ero capace di portarla in fondo, di camminare per 60 chilometri ininterrottamente; soprattutto se ero capace di fare pace con i miei pensieri.

Questa ultima cosa, alla fine, era veramente l'obbiettivo più importante, la vera mèta da raggiungere oltre al paesino di San Quirico d'Orcia. Fare pace con i pensieri: facile a dirsi ma difficilissimo a farlo. Non penso di esserci riuscito completamente ma mi sono sforzato per mettere in atto tutto quello che ho sempre letto, sentito, imparato: quando arriva un brutto pensiero, sposta la mente su un pensiero positivo e continua così.

E così quando dal 30° al 34° chilometro le difficoltà mentali sono arrivate, ho spostato la mente su altre cose ed è stata una battaglia fino a quando la serenità non ha prevalso su tutto il negativo.

Siamo partiti alle 10 di sabato da Siena; una marea di gente, colorata, tecnica, giovane e anziana. Ciascuno con un pettorale dove sopra c'era scritto, oltre al numero, anche i chilometri che ciascuno aveva scelto di percorrere. Li guardavo con curiosità cercando quelli con la mia stessa distanza ma anche e soprattutto quelli con su scritto sopra: 130 Km.! Il massimo. La distanza più lunga e chiaramente più impegnativa. Staccavo lo sguardo dal pettorale alla persona e cercavo di immaginarmela a camminare per 130 chilometri; su sterrata, su asfalto, sulle colline, nei boschi, di giorno e di notte e poi nuovamente di giorno. La mia distanza invece sapevo che mi avrebbe portato a partire di giorno e arrivare a buio.

La domanda dentro di me era sempre la stessa (per lo meno nelle fasi iniziali): "ma sono proprio sicuro di quello che sto facendo"? Poi con il passare dei chilometri (tanti) la domanda è cambiata: "arriverò"? Avevo con me la tecnologia dell'orologio al polso; scandiva ogni chilometro fatto e mi dava la media dell'andatura, necessaria per calcolare se sarei rimasto nei tempi prefissati da me e da quelli stabiliti dall'organizzazione, i cosiddetti "cancelli orari": devi arrivare entro le ore.......

E' stato un valido aiuto; potevo veramente calcolare tutto quello che mi serviva per camminare tranquillo o per lo meno per aumentare o diminuire il passo. Alla fine ci sono rientrato ampiamente nei "cancelli orari"! Il momento più bello? Il tramonto. Il passaggio sulle colline con i vigneti quando ancora mancavano 20-25 chilometri alla fine. Ero già in solitudine fisicamente, nel senso che camminavo da solo avendo persone davanti a me che non ho raggiunto e altre dietro che non mi hanno raggiunto. Un momento non di solitudine totale perchè se pensi con la mente e con il cuore non sei mai solo, ma un momento di condivisione con tutto quello che ti sta intorno, con il sole che sta calando e con il buio che sta arrivando.

Proprio il buio; altra bella esperienza ma mentalmente difficile da gestire perchè con la sola pila sulla fronte non puoi illuminare il paesaggio nero ma soltanto i due/tre metri della strada davanti a te. Non hai più punti di riferimento; non capisci se dovrai salire o scendere, se passare dai sassi all'asfalto o viceversa. Buio e silenzio totale. Il rumore solo dei miei passi, del mio respiro a volte affannoso in salita, il suono dei grilli, tanti grilli. Ecco mi sono concentrato su queste cose; non ho più dato valore e peso alla strada che non vedevo, al punto dove dovevo arrivare. Io, i grilli, il silenzio, l'oscurità, i miei passi: un connubio perfetto per allievare la fatica che sentivo addosso e che non potevo negare.

Gli ultimi 10 chilometri sono stati i più faticosi; gambe dure e fascia lombare dolorante. Del resto erano quasi 8 ore che camminavo e ne rimanevano almeno altre 2. In più era il tratto dove mi ero accasciato due anni fà e dovevo fare in modo di non farmi prendere troppo dai ricordi, soprattutto quelli negativi. Ho affrontato quindi questo tratto di cammino con serenità ma anche con la curiosità di rivedere quel bordo strada dove Alessandro mi fece distendere in attesa dei soccorsi. Ho rivisto tutto ma ho proseguito come se nulla fosse. Avevo gli ultimi 3 chilometri da fare e alla fine anche questa distanza è stata colmata!

Felice, soddisfatto sono arrivato in quella piazza a San Quirico dove altri camminatori stavano concludendo la loro fatica mentre altri proseguivano: erano quelli con il pettorale con su scritto 130 Km.

Buona fortuna e buon cammino, ho detto loro e finalmente mi sono messo a sedere!













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